Le dichiarazioni di Gabriele Gravina al Corriere della Sera hanno il sapore di un lungo racconto personale in cui il confine tra autocritica e autoassoluzione diventa sempre più sottile.
Il punto di partenza è quasi surreale: la rilettura della propria esperienza attraverso una metafora calcistica che scivola immediatamente nell’autoironia:
“Forse avrei dovuto essere più bravo come calciatore: ho sbagliato due rigori contro la Svizzera e tre palle gol con la Bosnia e dopo, dal dischetto, ne ho tirati uno alto e un altro sulla traversa. Forse mi sarei dovuto allenare di più…”
Un passaggio che sembra voler abbassare la tensione delle responsabilità, trasformando il giudizio pubblico in una parentesi personale. Ma il tono generale dell’intervista non va mai davvero verso una presa di responsabilità piena, quanto piuttosto verso una narrazione difensiva.
Lo stesso Gravina descrive la propria condizione attuale in termini quasi sospesi:
“Vivo quasi da recluso tra casa e Federazione”
E rivendica di aver sopportato tutto senza reagire:
“Ho accettato le critiche in silenzio e addirittura gli insulti”
Ma la soglia di tolleranza viene fissata con nettezza solo quando si passa al piano del giudizio morale:
“Non posso tollerare di essere definito indegno. Nessuno può permettersi certe patenti di moralità, sia dentro sia fuori il mondo del calcio”
È qui che il discorso cambia registro e diventa più istituzionale, quasi proiettato oltre il presente:
“Continuerò in Uefa, non sarò un ex ingombrante”
Ma il filo conduttore dell’intervista resta un altro: la costruzione di una narrazione in cui la responsabilità si diluisce continuamente tra contesto, sistema e destino. Non a caso Gravina parla esplicitamente di un percorso quasi espiatorio:
“Ho accettato questa via Crucis”
Una definizione pesante, che si somma a una visione più ampia e quasi sociologica del Paese:
“In cui il pensiero si ritrae e lascia spazio agli istinti più bassi e animaleschi”
E ancora:
“Il calcio è la cartina di tornasole della nostra società”
Chiude poi con una riflessione che allarga ulteriormente il quadro, fino alla lettura del post-pandemia:
“Speravo che uscissimo meglio dal Covid e invece certi istinti sono addirittura peggiorati”
Il risultato complessivo è un’intervista che prova a raccontare la sofferenza personale del dirigente, ma che finisce per assumere i contorni di un lungo esercizio di auto-narrazione difensiva, dove la linea tra responsabilità e autoassoluzione resta costantemente sfocata.





