Illusione Scudetto finita: il Napoli si ferma, l’Inter scappa

Fortuna che l’Inter ha vinto, viene da dire: l’unico modo per mandare giù il triste pareggio del Tardini. Se sette punti erano una distanza enorme da rimontare, nove punti sono diventati insormontabili, a questa Inter, che distribuisce nove gol tra Roma e Como; nove punti sono – e lo erano anche sette – una distanza incolmabile per questo Napoli, che non riesce ad andare oltre un gol a partita, frutto di prestazioni davvero poco esaltanti. Conte crede ancora allo Scudetto, buon per lui; noi – consentiteci – siamo molto più scettici. Si può parlare di fine di un sogno quando non c’è mai stato un inizio?

Di mezzo, sempre il Parma: come nella scorsa stagione, penultima giornata di campionato, quando i ducali imposero lo 0-0 agli azzurri, distruggendo tutte, o quasi, le speranze sul quarto Scudetto. Ma se lo scorso anno fu San Pedro da Barcellona a riportare la gioia nei cuori dei tifosi partenopei, stavolta da Como non sono arrivate buone notizie, anche se – ad un certo punto – il Como era avanti 2-0 contro l’Inter, per poi tracollare nel secondo tempo.

Ma anche a fronte di un’altra sconfitta dei nerazzurri, ormai lanciatissimi verso il tricolore, era impossibile per questo Napoli tenerne il ritmo. Cinque vittorie di fila per una squadra che gioca poco e male, tira in porta poco o niente, sono state fin troppe, e tutte le difficoltà intraviste con Cagliari e lo stesso Milan, che l’Udinese ha denudato nei suoi difetti, si sono acuite fortemente contro una squadra ostica e pugnace come il Parma.

Avversario rognoso questo Parma, allenato da Cuesta, spagnolo atipico, che predilige difesa ad oltranza e barricate all’italiana rispetto a tanti colleghi iberici fedeli al mantra guardioliano di possesso palla e tiki-taka. Un avversario che attua una tipologia di gioco che il Napoli soffre smisuratamente, contro il quale va puntualmente a sbattere quando le vie verso la porta sono trafficate come via Roma di Sabato sera e idee nel trovare alternative al consueto, stantio, gioco si contano sulle dita di una mano. Squadra che fa giocare male le avversarie con il suo atteggiamento remissivo, a dir poco, ma per quanto riguarda il Napoli, a giocar male ci pensa già di suo, senza avvalersi della collaborazione tattica di Cuesta.

E ad aumentare il coefficiente di difficoltà, il gol incassato a freddo, dopo neppure un minuto, nella tipologia con cui Conte vorrebbe il suo Napoli segnasse: lancio lungo del portiere, sponda del centravanti e inserimento vincente del centrocampista o attaccante esterno o mezz’ala offensiva. Parliamo di Suzuki, Elphege e Strefezza, che in tre tocchi portano il pallone da un’area all’altra, da una rete all’altra, costringendo il Napoli ad assaggiare il sapore amaro della sua stessa medicina e ad iniziare un’altra partita, una doppia ricorsa, non solo sull’Inter, ma sullo stesso Parma.

Rincorsa e rimonta che si fermano a metà, perché il Napoli riesce a trovare il gol del pareggio solo a metà ripresa, grazie al solito McTominay, a coronamento dell’unica vera azione di rilievo dei partenopei, molto bella nello sviluppo sull’asse Lobotka-Hojlund e, appunto, il numero otto azzurro che trova tempo e modo di liberare il destro e battere Suzuki. Altro gol del numero otto, al gol numero otto in campionato, vicini alla doppia cifra per questo pilastro imprescindibile, senza il quale questa squadra sarebbe, presumibilmente, a giocarsi un ingresso in Europa con Roma ed Atalanta.

Oltre al gol di Scott, un colpo di testa (o di spalla?) di Elmas da posizione più che invitante e un paio di fiammate di Alisson Santos, questa e la produzione offensiva del Napoli, tutta nel secondo tempo, tutta dopo il pareggio. Troppo poco per compensare un primo tempo osceno, nel quale gli azzurri nonostante l’assedio perpetuo, continuo ed incessante al fortino-Parma, arroccato in toto davanti all’area di rigore, non tirano mai in porta, né creano presupposti per poterlo fare. Hojlund, come sempre, intrappolato nella morsa di due-tre difensori, rendendogli la vita impossibile. Ma d’altra parte, come si può pensare di giocare nel modo in cui Conte vorrebbe farlo, in un’area di rigore popolata da soli calciatori del Parma?

L’assedio del Napoli si ferma ai margini dell’area di rigore, nella quale si entra poco e male, una qualità di gioco che non decolla mai, emozioni col contagocce nonostante un predominio territoriale più che marcato e nonostante, soprattutto, la qualità di McTominay e De Bruyne, che (quasi) mai ha fatto la differenza, alimentando nuovamente la “quaestio” della coesistenza tra il belga e lo scozzese, che non dovrebbe essere un problema, anzi non lo è, perché il problema risiede nel non avere un’idea di gioco che non sia la sponda di Hojlund verso un compagno o una folata in velocità di Alisson Santos. Difficoltà che si sono viste chiaramente contro il Milan, dovendo far fronte all’assenza del danese, con la conseguenza di lasciare una squadra monca di attaccante, incapace ancor di più di creare pericoli all’avversario di turno, salvo poi trovare qualche lampo isolato nel corso del match.

Contro il Milan fu sufficiente quello di Politano, ma contro il Parma serviva quella spinta forte, massiccia, dopo il gol di McTominay per spostare l’equilibrio dalla parte degli azzurri. Una spinta che non c’è stata, se non attraverso, come detto, un colpo di testa di Elmas che avrebbe cambiato il risultato sicuramente ma non il giudizio complessivo su questa partita, lontanissimo dalla sufficienza per una squadra che si stava giocando le ultime briciole di speranza di “dare fastidio” all’Inter.

Anche Conte ci mette un po’ di suo, con le sue sostituzioni, forse tardive, magari poco funzionali. Non siamo qui a insegnare il mestiere ad un allenatore tra i più vincenti sul palcoscenico calcistico italiano, ma forse uno come Alisson, unico capace di dare più ariosità, brillantezza e imprevedibilità all’attacco sarebbe dovuto entrare prima; forse si poteva tenere Hojlund in campo, facendolo affiancare da Giovane, più veloce, fresco e guizzante così che i difensori parmensi avessero un altro cliente a cui prestare attenzione, alleggerendo il danese dalla pressione di un intero reparto difensivo, guidato da un monumentale Troilo, dal quale mai si è riuscito a districare. Purtroppo, come prevedibile e come già visto contro il Milan, Giovane in versione centravanti non offre le stesse prestazioni di Hojlund, quest’ultimo più strutturato, più pesante, più adatto al gioco di forza contro i difensori avversari. Il brasiliano, invece, troppo esile per giocare in quel modo, è stato presto disinnescato.

Troppo tardivo, come detto, l’inserimento di Alisson e troppo solerte la rinuncia a Kevin De Bruyne quando in ballo ci sono tre punti da prendere ad ogni costo. Il belga, per quanto non stesse giocando una partita brillante, con il suo piede avrebbe potuto creare qualcosa, magari anche da calcio piazzato. Dal brasiliano invece qualche guizzo si è anche visto, per poi spegnersi del marasma generale.

Note di demerito per Zambo Anguissa e Politano, il primo ancora fuori condizione, il match-winner contro il Milan torna ad essere il calciatore troppo fumo poco arrosto che lo sta caratterizzando in questa stagione. Neppure la difesa si salva nel mezzo disastro del Tardini: alla prima occasione, presi d’infilata da una sponda e da Strefezza lasciato libero di filare verso Milinkovic Savic dopo neppure un minuto. E non è la prima volta che il Napoli si fa sorprendere: anche al Ferraris, contro il Genoa, l’amnesia difensiva di Buongiorno spedì in porta Vitinha, poi abbattuto da Meret, per il calcio di rigore del vantaggio genovese.

Allora, il Napoli ebbe forza e personalità per rimontare, anche se grazie ad un rigore discusso, fischiato all’ultimo secondo. Al Tardini è mancata sia la forza per giocarsi il colpo da tre punti fino alla fine e forse anche il coraggio che sarebbe servito in partite sporche come queste. Ma è meglio così: giocarsi le ultime partite senza il patema d’animo di una rincorsa impossibile all’Inter ma, al tempo stesso, di tenere a distanza il Milan, adesso a tre punti, ma soprattutto il Como, ora quinto a attualmente la prima delle escluse dalla zona-Champions, a meno otto punti, distanza rassicurante, ma che non offre ancora garanzie matematiche per la qualificazione nella massima competizione continentale, considerando anche lo scontro diretto al Sinigaglia, tra qualche settimana.

E con questo Napoli, con le sue enormi difficoltà, i suoi evidenti limiti, il pericolo di un calo mentale improvviso resta sempre dietro l’angolo, anche se su questo aspetto, Conte è uno che sa il fatto suo. Adesso la Cremonese, per turno apparentemente alla portata dei partenopei, ma che nasconde le insidie di dover affrontare una squadra con l’acqua alla gola, in crisi perenne di risultati, che vede lo spettro della Serie B avvicinarsi partita dopo partita e che, dunque, scenderà al Maradona armata fino ai denti nella speranza di racimolare punti vitali per la permanenza in massima serie. Un’altra di quelle partite “sporche” che hanno, ineludibilmente, segnato il cammino degli azzurri verso quell’illusione chiamata quinto Scudetto, trasformatasi nella triste e cruda realtà di una squadra troppo poco decisa e determinata quando c’era da fare la voce grossa contro squadre medio-piccole. Ed ora, via verso la Champions, cortesemente senza più intoppi.