L’Italia non s’è desta, è soltanto un sistema morto da dodici anni e nessuno ha fatto qualcosa per rimediare.
In questi anni solo disastri conditi da due dimissioni, quelle di Abete prima, e di Tavecchio poi. Ed infine l’attuale Gravina che, dopo il clamoroso record negativo di essere l’unico presidente a fallire due partecipazioni ai Mondiali, continua ad avvinghiarsi alla poltrona, inamovibile grazie alla rete di alleanze e relazioni che ha costruito per blindare il suo potere.
Una Federazione che non ha fatto nulla per il calcio italiano, nessun rafforzamento dei vivai, nessuna importante regola che obbligasse i club a schierare titolari italiani in campo. Solo ordinaria amministrazione che ha portato allo sfascio totale tutto il movimento nazionale.
Una mortificazione che va avanti da troppo, non più sostenibile. Dalla Coppa del Mondo tra le mani di Cannavaro al disastro di Zenica. Vent’anni di declino, dal lusso di vantare Inzaghi, Giardino, Del Piero in panchina al dover affidare l’attacco azzurro a Retegui e Kean.
Oramai il barile è raschiato, è il momento di risalire cacciando letteralmente Gravina e la sua compagnia lasciando spazio a nuove idee e soprattutto riabbracciando il sentimento nazionale.
Si riparta per il futuro da Donnarumma, Calafiori, Tonali, Esposito, Vergara e Bartesaghi. E sotto alla ricerca di nuovi talenti italiani che devono formarsi in Italia e restarci, non è possibile che i migliori giocatori azzurri sono in top club esteri.
Non c’è altra strada se non quella di rimettere al centro gli italiani, dare fiducia ai giovani senza bruciarli dopo un paio di prestazioni negative.
Ora o mai più, altrimenti, di questo passo la Serie A cesserà di esistere venendo a mancare sempre più tifosi disamorati e perdendo sempre più competitività e interessamento.





