Il porto (non) sicuro: il Napoli getta l’ancora e smette di lottare

Ci sono modi e modi per tirare i remi in barca e dichiararsi sconfitti, ma quello attuato dal Napoli è uno dei più incomprensibili.

Contro la Lazio gli azzurri mettono in scena la più scialba ed inconsistente prestazione del suo campionato, tra le tante che già non brillavano di luce propria. La più anonima Lazio dell’ultimo decennio, contro la quale gli azzurri, perdendo senza attenuanti, non solo vedono l’Inter a distanza siderale – non che dopo Parma si nutrissero speranze di alcun genere – ma mettono a repentaglio il secondo posto dal ritorno del Milan, ed ora anche dalla Juventus, che potrebbe ulteriormente accorciare sui campioni d’Italia uscenti.

Unica nota “positiva” della giornata, la sconfitta del Como a Sassuolo, che non altera le distanze dal quinto posto: otto punti. Se arrivare secondi, terzi o quarti non genera alcuna differenza, quella di arrivare al quinto posto lo è, ed è su quella differenza che adesso Conte dovrà lavorare per tenere mentalmente i suoi ragazzi sulla giusta tensione, per evitare crolli come quello al Maradona di ieri pomeriggio.

Sconfitta meritata, altrochè, con un passivo anche generoso in rapporto a quanto visto in campo. Se contro il Parma pensavamo di aver toccato il fondo, contro l’ex-Sarri si è iniziato a scavare con le trivelle. E lo 0-2 rimediato, come detto, non rende fede allo sfacelo di cui sono stati capaci i ragazzi col tricolore. I biancocelesti sembravano di un’altra categoria: più veloci, più reattivi, più motivati, nonostante la loro anonima classifica che non prevede raggiungimento di obiettivi ormai da mesi.

Noslin e Zaccagni sembravano Olise e Luis Diaz, Taylor dominatore di centrocampo, Gila gladiatore implacabile in difesa, per rendere l’idea di quale sia stata la percezione che si è avuta dal campo e dalla TV, della differenza enorme tra le due formazioni.

Quattro nomi, quelli della Lazio, i veri “Fab Four” della partita. Quelli del Napoli, di “four” hanno solo il voto in pagella. Conte offre loro un’altra possibilità, di giocare contemporaneamente, lasciando fuori Alisson, in quello che poteva essere l’unico dubbio alla vigilia della partita.

La scelta non paga, né dall’inizio, né con l’innesto del brasiliano a partita in corso, perché il giochino non riesce sempre. “Entra Alisson e vinciamo con una sua giocata” è un ritornello che iniziavamo a canticchiare spesso, ma a volte la musica è stonata.
Stonatissima quella che suonano i vari McTominay, Zambo, De Bruyne e Politano: il belga sbaglia quasi tutti i palloni che tocca; Zambo passeggia per il campo, ed è una pena vederlo arrancare dietro l’avversario di turno che gli scappa via a doppia velocità; Politano ha le batterie scariche da tre mesi ormai, ma resta un intoccabile nelle gerarchie di Conte, ma anche ieri la fiducia non è stata ripagata; neppure McTominay riesce a salvarsi dal marasma che ha coinvolto la squadra. Anche lui scialbo ed involuto, poche idee, ancor meno convinzione.

Viene naturale, ergo, vedere a Napoli una Lazio dominante, che gioca al gatto col topo, aspettando tempi e modi giusti per infilare i partenopei con ripartenze ficcanti e letali. E se contro il Parma, la difesa resse meno di un minuto, ce ne sono voluti sei a Cancellieri per bucare una retroguardia poco arcigna e facilmente superabile. Almeno il buon Milinkovic Savic, unico a salvarsi nello scempio generale, ci mette pezze e guantoni laddove possibile, ad evitare un passivo assai più consistente prima dell’intervallo.
Invalicabile o quasi dagli undici metri, il portiere serbo disinnesca anche Zaccagni, che sbaglia il rigore dello 0-2, aggiungendolo alla lunga lista di tiratori scelti che contro di lui hanno fatto cilecca.

Ma oltre il portiere, niente da salvare neppure in un reparto difensivo che alla prima pressione imbarca acqua ovunque. Buongiorno è alla sua ennesima prestazione sottotono, Beukema viene infilato di continuo dalle sue parti, confermando lo scetticismo che Conte ha verso un suo impiego a tempo pieno. Rrahmani resta il vero collante di un reparto che di settimana in settimana è sempre più insicuro, più fallace, più penetrabile; forse tra le tante, quella che più si è fatta sentire in queste settimane.

Delle altre, ad onor del vero, non più di tanto, anzi forse il detto “si stava meglio quando si stava peggio” mai fu più veritiero come nei confronti di questo Napoli, che nel momento stesso in cui si recuperavano i cosiddetti “pezzi grossi” ha dilapidato tutte le speranze di aggancio e sorpasso all’Inter, semmai i nerazzurri avessero annaspato oltre quanto già abbiano fatto. Con il rientro di De Bruyne e Zambo Anguissa, ad esempio, non c’è stato il famoso salto di qualità che ci sarebbe aspettato: la riproposizione dei “Fab Four”, sebbene in una disposizione tatticamente diversa, ha fornito le stesse risposte di inizio stagione: squadra irriconoscibile, senza uno straccio di idee, senza l’ombra di un gioco. Oggi, come sette mesi fa, lo stesso Napoli, con l’aggravante di una condizione mentale orientato al terminare questa stagione con il conseguimento della posizione-Champions.

L’atteggiamento di chi, come visto ieri, ha gettato l’ancora e attraccato la nave nel porto sicuro, che sicuro ancora non è. Del Napoli di ieri, infatti, non c’è mai stata reazione, né dopo il gol di Cancellieri, né dopo il rigore fallito da Zaccagni, men che meno sul secondo gol di Basic, incassato dopo l’ennesima ripartenza laziale, stavolta andata a bersaglio. Il Napoli è rimasto lì, piatto, a guardare l’avversario segnare e fare il comodo suo, senza mai abbozzare alla reazione. Non un tiro in porta verso il giovane Motta, terzo portiere della Lazio, che poteva starsene tranquillo, a Formello. I suoi guantoni mai scalfiti dagli attaccanti partenopei sono un chiarissimo segno della loro pochezza offensiva. Dei Fab Four abbiamo già detto, ma neppure Hojlund ha mai visto palla, figurarsi la porta avversaria, in un’altra giornata dove il difensore avversario giganteggia senza mai dargli opportunità di far male. Gila, come Troilo la scorsa settimana non si sono trasformati in Nesta e Cannavaro, ma semplicemente, con un opportuno gioco di fisico sono riusciti a limitare l’azione di questo – pur bravo – attaccante che però fisicamente non ne ha più, e che mai viene messo in condizione di far male alle difese avversarie.

E’ vero, è un po’ come ascoltare un disco rotto nel ripetere sempre le solite storie, ma ditemi, onestamente, quali differenze sono passate dalla partita di ieri, contro la Lazio, rispetto a quella contro il Parma o contro il Milan, o prima ancora, contro il Cagliari? Risultato a parte, il solito sconcertante monologo fatto di predominio territoriale, fine a se stesso, ed uno, due al massimo, tiri a partita.

Resta il fatto che, con tutti i suoi difetti, questa squadra resterà ancora seconda in classifica al termine di questa giornata di campionato, mal che vada al pari del Milan – che non dovrebbe avere grossi problemi con il quasi retrocesso Verona. Nonostante la lezione impartita dalla Lazio che va a chiudere quel cerchio, aperto quasi un anno e mezzo fa, con la sconfitta interna per 0-1 (gol di Isaksen) che diede poi vita ad un ciclo di imbattibilità interna conclusosi ieri, per mano degli stessi capitolini.

Una sconfitta che, per come si è materializzata, lascia segni molto più profondi della semplice e banale perdita dell’imbattibilità interna. Una squadra, che si appresta a vivere un finale di stagione senza grossi sussulti e che in estate sarà (e dovrà) essere profondamente trasformata, negli uomini, nel loro modo di stare in campo e nell’atteggiamento con cui ci stanno.

In attesa di capire quelle che saranno le intenzioni del mister, che nonostante un anno di contratto ancora da onorare, resta un’incognita.
Resterà o nel resterà? Il dilemma che, primo tra tutti, si sta ponendo Aurelio De Laurentiis, al quale sicuramente non sarà andata a genio questa sconfitta e, in generale, l’ultimo scorcio di stagione, che ha segnato definitivamente l’andamento in campionato, tralasciando il disastro in Europa, che verrà tenuto in debito conto in sede di discussione.

Ed ora la Cremonese, contro una squadra con l’acqua alla gola, bisognosa di punti vitali per la permanenza in massima serie e che quindi al Maradona si presenterà con sangue agli occhi ed il coltello tra i denti. Ciò che dovrebbe avere il Napoli e che, purtroppo, da qualche tempo, non riusciamo più ad intravedere.

Ma serviranno tre punti, come detto non solo per tenere la posizione, la seconda, come Conte la definisce “da prima dei perdenti” ma anche per evitare spiacevoli sorprese che possano compromettere anche la qualificazione in Champions. Sarebbe il massimo del minimo e non vogliamo davvero pensarci, ora che c’è da leccarsi le ferite dopo lo scempio a cui si è assistito ieri sera.