Eppure i segnali erano abbastanza chiari e sufficientemente allarmanti da mettere in guardia gli azzurri: nessuno può e deve sentirsi al sicuro in questo finale di campionato. L’ha dimostrato la Juventus, la scorsa giornata, inciampando in casa contro il Verona già retrocesso; la Roma lo ha confermato, passando a Parma se non attraverso una rimonta miracolosa; Il Milan crolla miseramente contro un’Atalanta – indubbiamente squadra di caratura superiore – ma che alla sua stagione ha da chiedere, se non altro, il settimo posto che potrebbe significare Europa se l’Inter vincesse la Coppa Italia; e l’ha dimostrato lo stesso Como, che a Verona ha dovuto soffrire oltre un’ora prima di trovare il gol-vittoria.
Tutti segnali, che il Napoli ha bellamente ignorato, fingendo di non vederli e non sentirli, forse troppo comodamente seduto sui sei punti che lo distanziavano dalla quinta in classifica, il Como, dovendo giocare contro il Bologna, squadra che – dal canto suo – il suo campionato l’ha già chiuso da svariate settimane, chiedendo alla trasferta del Maradona solo la soddisfazione di essere d’intralcio agli, ormai, campioni d’Italia uscenti.
Proprio quel Bologna, protagonista di una vera e propria scossa di terremoto (calcistico, intendiamoci) in casa partenopea nella gara d’andata, costringendo Conte alle (quasi) dimissioni, torna a vestire i panni dell’ospite inatteso e sgradito ad una festa a cui si fa partecipe solo per rompere le uova nel paniere. Ruolo che la squadra di Italiano svolge egregiamente anche a Fuorigrotta, sbancando il Maradona per 3-2, lasciando gli azzurri nel desolante sconforto di essere nuovamente – e pericolosamente – risucchiato nella lotta-Champions che qualche settimane fa lo vedeva come spettatore passivo, forte di un “cuscino” di otto punti di distacco dalla quinta, per poter dormire sonni tranquilli in virtù di una qualificazione-Champions alla portata.
Ma la squadra di Conte dorme sonni fin troppo profondi e quegli otto punti sono diventati tre. Una distanza troppo sottile anche alla vista di un calendario che sulla carta sembrerebbe alla portata, anche per una squadra così povera di contenuti come quella allenata da Conte. Il calendario, oggi, sembra l’unico alleato degli azzurri, che Domenica dovrebbe andare a raccogliere tre punti all’Arena Garibaldi, contro il Pisa ormai in B e generoso dispensatore di punti a destra e a manca. Ma chi scommetterebbe, oggi, su una vittoria facile del Napoli in terra toscana? Proprio gli esempi sopraelencati dovrebbero, ancora di più, far aprire gli occhi a questa squadra e destarla da un sonno senza tempo.
Una vittoria nelle ultime cinque partite, prestazioni una più brutta dell’altra in questo lento e straziante finale di stagione che sembra non avere mai fine. Ieri, al Maradona, un’altra puntata di questo campionato, in una sorta di replica di quanto già visto in altre occasioni, senza alcuna variazione al copione: poche cose da salvare, il resto da dimenticare, ed anche in fretta.
E di buono cosa resta, di questo Napoli – Bologna? Poco o nulla, sicuramente quella scintilla di carattere messa in mostra dagli azzurri, riprendendo il risultato da 0-2 a 2-2, tra fine primo tempo ed inizio del secondo, unico lampo apprezzabile tra desolazione di un primo tempo di rara (e nemmeno tanta) inconsistenza e la mancanza di forza e di spirito nel cercare il colpo del sorpasso nel secondo. Quella stoccata che invece trova Rowe, in pieno recupero, a rovinare l’idea e l’illusione che anche un pareggio sarebbe stato un risultato utile, in fin dei conti, in una classifica così corta.
Di buono c’è la conferma di Alisson, a bersaglio per la quarta volta, sicuramente la nota più lieta del 2026 di questo Napoli. Il brasiliano è stato una felice intuizione di mercato: non solo i quattro gol – non pochi, considerando il suo minutaggio che solo nelle ultime giornate è stato più importante – ma anche per le giocate che ha nel bagaglio tecnico, per la vivacità e l’effervescenza nel suo modo di giocare che lo rende una nota di colore nel grigiore di una squadra con poche idee e ancor meno capacità di metterle in pratica.
Alisson sarà un punto essenziale da cui far ripartire il Napoli della prossima stagione, con o senza Conte. Nel frattempo, il brasiliano, per distacco, è stato il migliore in campo ma, senza nulla togliere, nella partita di ieri era un po’ avere un occhio solo nel paese dei ciechi.
C’è il rientro in campo, dal primo minuto, di Di Lorenzo, la cui presenza, nel bene e nel male si è fatta sentire. Protagonista in entrambe le aree di rigore, il capitano deve ancora smaltire la ruggine accumulata in oltre mesi di riposo forzato: in area del Bologna dimostra di non aver perso il vizietto del gol, cosa che dovrebbe trasmettere a qualche suo collega del reparto offensivo. E’ lui che apre il progetto-rimonta di un risultato di cui, lui stesso, è grande artefice nel primo tempo. Bravo in area avversaria quanto disastroso nella propria, il capitano non perde neppure la sua facile tendenza alle disattenzioni difensive che costano, nella fattispecie, il gol di Bernardeschi ed il fallo da rigore poi trasformato da Orsolini per lo 0-2 con cui il Bologna sarebbe andato all’intervallo senza il gol del capitano.
Si tranquillizzi, il buon Di Lorenzo, perché della fallacità della difesa azzurra non è unico responsabile. Gli stessi Rrahmani e Buongiorno hanno avuto i loro affanni nel primo, disastroso, tempo nel quale il Bologna di Italiano ha imperversato a piacimento, potendo andare a segno anche in un’altra occasione, non fosse stato il palo a mettersi tra Miranda ed il gol. E poi ci si è messo anche Milinkovic-Savic a giocare al portiere disattento, respingendo nel cuore dell’area di rigore un cross di Miranda che sarebbe stato da gestire meglio, ma che si è trasformato nella rovesciata vincente di Rowe. Senza nulla togliere al bel gesto atletico dell’ex-Marsiglia, il portiere serbo ci mette tanto del suo. Ed intanto gli azzurri ci rimettono anche quel punticino così faticosamente recuperato.
Dicevamo della presenza del capitano, in campo dopo svariati mesi, assolutamente percepita – nel bene e nel male – dalla squadra. Ma qualcuno ha notato l’assenza di un certo belga, dai capelli biondo-rossi, dal piede vellutato ma vagante per il campo senza meta alcuna? Ebbene, dell’assenza di De Bruyne, davvero non si è accorto (quasi) nessuno; vuoi perché le ultime esibizioni del belga non facevano strabuzzare gli occhi; vuoi perché questa squadra ha così tanti problemi che il belga è l’ultimo di questi e forse la sua assenza solleva Conte dal risolvere insolubili enigmi tattici. Di “questo” De Bruyne il Napoli può fare a meno, non per la qualità eccelsa di una squadra che potrebbe esulare dalla presenza e dalla qualità tecnica del l’ex-City, ma semplicemente perché, ad oggi (e siamo a Maggio inoltrato) non si è ancora stabilita la giusta connessione tra Kevin ed il resto della squadra.
Al suo posto, l’altra faccia della medaglia del mercato invernale del Napoli: se Alisson è quella luminosa, Giovane è quella più opaca. Niente da rimproverare ad un ragazzo che gioca poco e quando la fa, non impressiona particolarmente. E’ indubbio che giocarsi Scudetto e Champions nel Napoli non è esattamente come farlo a Verona per la salvezza, però il ragazzo potrebbe e dovrebbe metterci qualcosa di più di suo e sfruttare quelle poche occasioni che Conte gli offre. Ma anche ieri il ragazzo, tanto movimento, tanta voglia di farsi vedere, ma setacciando la sua prova, rimane poco o nulla da ricordare.
Due parole, anche per Conte: questa squadra proprio non va e, anzi, è peggiorata sensibilmente da quando la squadra ha, pian piano, recuperato i cosiddetti “pezzi da novanta” e potendo “giovarsi” di giocare una sola partita a settimana. Da potenziale contendente all’Inter per lo Scudetto, la squadra azzurra si è ridotta a dover mettere sul piatto la posizione-Champions che sembrava una formalità, vista la pochezza tecnica che albergava – e che ancora oggi popola – le posizioni dietro la dominante Inter di Chivu. Il mister salentino poche volte è riuscito in qualche colpo di genio per portare a casa il risultato, ma il più delle volte, le sue scelte sono apparse discutibili ed infruttuose, segno di quanto sia difficile, per lui, trovare la quadra quando si tratta di fare la scelta giusta in una rosa ampia e completa, per non parlare dell’atteggiamento della squadra, identico contro l’Inter o il Cagliari di turno, remissivo, senza idee, senza gioco, ancor meno carattere, fattore quest’ultimo, ancora più grave, se parliamo di una squadra di Conte, che fa dell’ardore agonistico una delle sue armi più impattanti. E ieri ne è stata un’ulteriore conferma.
Ed ora, chiudiamo l’ennesimo capitolo desolante di questa stagione, senza però dimenticare che, tra le mille difficoltà, il Napoli resta ancora solitario, in seconda posizione, alle spalle dell’Inter. Resta il bicchiere mezzo vuoto, ma un po’ d’acqua ne è rimasta. Poca ma c’è ancora, ed ora non sperperiamola a Pisa, penultima uscita stagionale, contro una squadra che non ha più niente da dire se non cercare di fare una bella figura, per lasciarsi bene con il suo pubblico, senza niente da perdere e solo da guadagnarci. Le tipiche partite che il Napoli deve temere e che puntualmente soffre, per la quale basta un abbassamento di tensione mentale per annullare il gap tecnico che intercorre tra una squadra di vertice ed una retrocessa. Unico imperativo: vincere e chiudere, possibilmente, la lotta-Champions, che coinvolge cinque squadre, ma per la quale, non sprecheremmo aggettivi come “affascinante”, o “elettrizzante” o “avvincente” perché di queste qualità non ve ne è alcuna traccia. Né nel Napoli, né dalle altre.





