Le indiscrezioni degli ultimi mesi su un eventuale cessione del Napoli trovano nuove conferme nelle parole di Matt Rizzetta. L’imprenditore italo-americano, già protagonista nel panorama sportivo internazionale, ha parlato apertamente dei contatti avuti con la famiglia De Laurentiis, lasciando intendere che il dialogo per un possibile ingresso nel futuro del Napoli sia ormai ben avviato.
“Siamo entrati in contatto con la famiglia De Laurentiis senza alcun piano iniziale. Volevamo capire se esistesse la possibilità di collaborare. Poi le conversazioni si sono evolute e sono diventate più serie”, ha spiegato Rizzetta, senza però sbilanciarsi sui dettagli della trattativa.
L’imprenditore ha raccontato anche il pensiero espresso dal presidente Aurelio De Laurentiis durante i colloqui: “Mi ha detto di avere una responsabilità verso 100 milioni di napoletani nel mondo. Se il club dovesse passare di mano, dovrà essere affidato alla persona giusta. Non può essere venduto a un fondo che pensa soltanto a rivenderlo dopo cinque anni”.
Parole che sembrano aver colpito profondamente Rizzetta, il quale ha ribadito di non guardare al Napoli come a un semplice investimento finanziario: “Non sto osservando questa opportunità come un hedge fund manager che pianifica un’uscita tra cinque anni. Per me sarebbe una questione di eredità , di legacy”.
Il progetto: stadio, infrastrutture e crescita globale
Rizzetta ha poi illustrato la sua visione per il futuro del club azzurro. Dopo aver valutato diverse città italiane, la scelta sarebbe ricaduta proprio sul capoluogo campano.
“Abbiamo analizzato Roma, Milano, Bologna e Venezia, ma abbiamo scelto Napoli. La città ha una sola squadra e possiede uno dei più grandi margini di crescita internazionale”.
Secondo l’imprenditore, il potenziale del brand Napoli sarebbe ancora largamente inesplorato: “Esiste una comunità globale gigantesca di persone con radici napoletane. Città come San Paolo e Buenos Aires ospitano milioni di persone legate alla cultura partenopea. Il potenziale internazionale del marchio è enorme”.
L’obiettivo sarebbe quello di costruire una piattaforma sportiva moderna e integrata: “Tra cinque e dieci anni potremmo avere una delle organizzazioni sportive più preziose del mondo. L’idea sarebbe quella di unire calcio, basket e infrastrutture all’interno di un unico grande progetto”.
Focus sul Maradona
Uno dei temi centrali riguarda inevitabilmente lo stadio: “La prima cosa sarebbe l’infrastruttura. Il Maradona è stato costruito tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta e non ha mai ricevuto interventi di ammodernamento davvero significativi”.
Rizzetta ha rivelato di aver già avviato interlocuzioni con le istituzioni cittadine: “Abbiamo avuto conversazioni piuttosto avanzate con il Comune di Napoli e con il sindaco, che sono stati straordinari. Investiremmo nelle infrastrutture per trasformare lo stadio in uno dei gioielli del calcio europeo”.
La strategia non prevedrebbe la costruzione di un nuovo impianto, bensì una profonda riqualificazione dell’attuale struttura: “La nostra visione sarebbe quella di ristrutturare il Maradona. C’è molto terreno attorno allo stadio che può essere valorizzato e sviluppato”.
Tra le opportunità individuate figura anche il marchio legato a Diego Armando Maradona: “Non appartiene al club, ma rappresenta certamente un’opportunità commerciale molto interessante da valutare”.
“Serve rispetto per la cultura del club”
Nel corso dell’intervista, Rizzetta ha anche lanciato un messaggio chiaro agli investitori stranieri che si affacciano al calcio europeo.
“Ho visto molti gruppi americani entrare nei club senza avere la giusta rete di contatti, senza comprendere le sfumature culturali e senza conoscere davvero il calcio. In alcuni casi hanno acquistato società di prima o seconda divisione e dopo pochi anni si sono ritrovati in quarta o quinta serie, distruggendo il 90% del valore dell’investimento”.
Per l’imprenditore, il rischio più grande è quello di applicare esclusivamente logiche finanziarie a una realtà che vive di storia e appartenenza: “Alcuni investitori arrivano con una mentalità troppo commerciale e senza rispettare la cultura del club. Questa può diventare una ricetta per il disastro. Io non sono un hedge fund manager che passa le giornate davanti ai fogli Excel pensando all’uscita. Sono entrato nello sport perché ne sono innamorato. Oggi abbiamo una disciplina finanziaria e una struttura di private equity alle spalle, ma tutto nasce dalla passione e dalla volontà di costruire qualcosa che lasci un’eredità duratura”.Â





