La nuova era arbitrale del calcio italiano porta la firma di Daniele Orsato. L’ex fischietto internazionale, neo designatore per i campionati di Serie A e Serie B, ha scelto il palcoscenico del Festival dello Sport di Trento per raccontare i suoi primi mesi nel nuovo ruolo dirigenziale. Un intervento a tutto tondo, in cui il dirigente ha delineato la sua personalissima filosofia gestionale: un mix di empatia umana, forte protezione mediatica nei confronti dei suoi ragazzi e direttive tecniche rigidissime.
L’emozione delle designazioni e il rapporto umano
Definendosi fieramente “un elettricista prestato al mondo del calcio”, Orsato ha svelato un retroscena sul suo metodo di lavoro quotidiano, basato sul contatto diretto e personale con la squadra arbitrale per trasmettere motivazione e vicinanza:
“Mi ero ripromesso che se fossi diventato l’allenatore degli arbitri li avrei chiamati tutti io per le designazioni. L’emozione che mi dava la chiamata di Collina o di Rosetti per la finale di Champions la voglio restituire ai miei arbitri. […] Gli arbitri hanno bisogno di sentire la voce della loro commissione. Sentire le voci degli arbitri mi emoziona: a me più dell’errore interessa sapere se stiano bene”.
Lo scudo mediatico: “Le sospensioni le decido io. Sul VAR saremo uniformi”
Il passaggio più forte dell’intervento ha riguardato la delicatissima gestione degli errori in campo e al monitor. Orsato ha fatto da vero e proprio scudo mediatico ai suoi fischietti, assumendosi la totale responsabilità delle sbavature ripetute e rivendicando l’esclusività delle decisioni disciplinari, senza farsi condizionare dalle pressioni esterne:
“Gli errori fatti in questo inizio di stagione non mi piacciono quando si ripetono. Vuol dire in quei casi che io ho lavorato male. […] Se gli arbitri devono essere fermati o messi in panchina quelli lo decido solo ed esclusivamente io: non i media. Potete stare sicuri di una cosa: non comunicherò mai all’esterno le mie decisioni al riguardo”.
Sulle prospettive future, il designatore non cerca alibi ma promette lavoro costante per raggiungere un’interpretazione univoca dei regolamenti: “Gli errori che ho fatto sono errori facili: abbiamo sbagliato sia in campo che al VAR. Io sono convinto che nelle situazioni più grosse arriveremo a essere uniformi”.
Il “metodo Orsato”: istinto, gruppo e le sirene estere
Per descrivere lo spirito di coesione richiesto alla sua squadra, Orsato ha utilizzato la metafora di “un mazzo di matite con un elastico intorno: il primo che si sfila, cascano tutte”. In campo, però, serve soprattutto istinto e una condizione atletica da “highlander”, azzerando le scorie psicologiche durante i novanta minuti: “L’arbitro non è un essere pensante: se si sofferma sull’errore deve accorgersene solo al termine della partita. In campo non devi pensare: quello che vedi fischi, e se sbagli, santa pazienza”.
Un metodo che sta già portando i suoi frutti, testimoniato dalle continue richieste provenienti dai campionati arabi e asiatici per avere direttori di gara italiani. Il vero obiettivo di fine stagione, però, resta uno solo: aumentare il numero di arbitri pronti per i big match e riuscire a “dare regolarità al campionato scomparendo il più possibile”.





