Errori, episodi e limiti: cosa resta di Napoli-Verona

Napoli-Verona doveva essere una partita sulla carta ‘semplice’, utile per consolidare le certezze che si erano create in questo periodo e per risparmiare, eventualmente, energie in vista di San Siro. Si è trasformata invece in una serata complicata, nervosa, segnata da errori tecnici e da decisioni arbitrali al quanto discutibili.

Il Napoli approccia male, soprattutto nella fase difensiva. In dieci minuti va sotto di due reti, con responsabilità evidenti soprattutto sul primo gol: duelli persi, marcature saltate e Buongiorno che resta nella terra di nessuno.

Il Verona interpreta la gara con ordine e intensità, sfruttando al massimo le fragilità azzurre. Ma il rigore che vale lo 0-2 sposta inevitabilmente l’equilibrio della partita: il contatto su Buongiorno, che precede il tocco di mano, è falloso: senza se e senza ma. Rigore inesistente.

Il gol di McTominay, ad inizio ripresa, sveglia la squadra di Conte e riapre la gara, ma l’episodio che segna la serata è il gol annullato a Højlund: un tocco di braccio aderente al corpo, senza aumento di volume né deviazione della traiettoria, che il Var decide di punire senza nemmeno richiamare l’arbitro alla revisione. C’è immediatezza? Si. È volontario? No. Ma la regola è abbastanza chiara, o almeno così pare. Resta il dubbio, ma almeno qui non c’è certezza: come nell’episodio del rigore.

Il pareggio di Di Lorenzo certifica una meritata rimonta, ma lascia la sensazione, per quello che si è creato nella ripresa, di due punti persi più che di uno guadagnato. Restano le difficoltà contro squadre chiuse, una manovra spesso lenta e orizzontale e una rosa che, al minimo calo di alcuni titolari, perde solidità e continuità.

Napoli-Verona si chiude così, tra autocritica necessaria e amarezza. Perché, nonostante le decisioni arbitrali abbiano inciso, la prestazione non è stata all’altezza.

Ora San Siro. Con l’Inter che ha un match point importante e il Napoli chiamato all’ennesima prova di carattere. Sperando che, almeno lì, a parlare sia soltanto il campo.