Il Napoli vince. E di questi tempi è già una gran bella notizia. Poi però, appena provi ad andare oltre il risultato, ti accorgi che la serata non è stata una partita ma più una di quelle Serie Tv dove vince chi sopravvive.
Prima della partita Conte aveva liquidato il tema infortuni: “chiedete ai medici, io faccio l’allenatore”.
Una risposta che suona più come una provocazione che come una spiegazione. Perché se non lo sa lui, che con i medici ci lavora ogni giorno, chi dovrebbe saperlo? E soprattutto: a chi dovremmo chiedere perché questa squadra continua a fermarsi sempre allo stesso modo, sempre sugli stessi muscoli? Conte allena, i medici curano, ma intanto il Napoli non recupera nessuno. E quando le risposte mancano a tutti, le domande diventano inevitabili.
Napoli-Sassuolo: dal campo agli infortuni
Ma passiamo al campo: segna Lobotka dopo sette minuti, l’uomo che non ti aspetti. Un pallone che passa per centimetri per quel pizzico di casualità che nelle ultime settimane avevano deciso il contrario. Il calcio però si sa è così: prima toglie e poi restituisce. Ma a volte ritoglie…
E infatti il conto arriva subito. Elmas giù. Poi Rrahmani. Poi Politano. Tre nomi, tre stop, quasi la stessa voce: perché se per il macedone sembra essere un normale capogiro per gli altri due è il solito problema muscolare. Una sequenza che ormai non sorprende più nessuno, se non per l’ordine in cui succede.
Il Napoli non controlla mai davvero la gara. Dopo il vantaggio smette di giocare come vorrebbe e inizia a giocare come può. Milinkovic-Savic para, Juan Jesus fa muro, Mazzocchi entra e corre come se fosse agosto e non gennaio. McTominay sbaglia, perché è umano anche lui, e quando vedi sbagliare lo scozzese capisci che la coperta non è corta: è finita.
Si resiste. Si soffre. Si arriva in fondo contando chi è rimasto. E mentre fai la conta, pensi a Copenaghen, a Torino, al Chelsea, alla Fiorentina: tour de force.
Il Napoli è ancora lì, in classifica. Attaccato ai suoi obiettivi. Ma ci arriva stringendo i denti, giocando partite che assomigliano a prove di sopravvivenza. Non è un Napoli bello e continuo, ma in tempo di guerra non si fa cucina gourmet: si mangia quello che c’è.
Tre punti servivano. Sono arrivati.
Adesso, però, tralasciando la questione del “a chi chiedere”, forse bisognerebbe iniziare a porsi un’altra domanda: quanto potrà ancora reggere questa emergenza senza diventare normalità?
(Foto: legaseriea.it)





