Lamine Yamal e il rumore di fondo: quando il calcio diventa un pretesto

Rafa Cabeleira, sulle pagine di El País, ha avuto il merito di dire ad alta voce ciò che molti fingono di non vedere: attorno a Lamine Yamal non si è creato solo un dibattito sportivo, ma un clima tossico, stratificato, che va ben oltre il pallone. Una vera e propria campagna di delegittimazione, alimentata da più fronti, che usa il calcio come alibi per raccontare altro.

Cabeleira lo scrive senza giri di parole: ridurre tutto alla solita contrapposizione Madrid-Barcellona è comodo, ma falso. Il bersaglio non è soltanto un talento del Barça. È ciò che Lamine rappresenta.

Se Yamal fosse uno studente qualunque, certi atteggiamenti verrebbero chiamati con il loro nome: bullismo. Ma il calcio, si sa, gode di una zona franca morale. Tutto è permesso, purché lo spettacolo continui e il conto in banca giustifichi la violenza verbale. È la barbarie normalizzata di cui parla Cabeleira: un ecosistema in cui l’aggressione diventa critica e il sospetto diventa analisi.

Il punto più inquietante, però, non è nemmeno quello sportivo. È il livello culturale e identitario dello scontro. L’idea – insinuata, mai davvero nascosta – che un ragazzo nato in Catalogna, cresciuto lì, formatosi lì, possa dover “dimostrare” di essere catalano perché ha origini magrebine. Come se l’identità fosse un badge revocabile, una concessione televisiva. Come se appartenere fosse un privilegio, non un dato di fatto.

Cabeleira individua con lucidità questo fronte: non urlano, non indossano sciarpe, non sempre si riconoscono. Ma sono presenti. E sono quelli che usano la scusa culturale, la più subdola di tutte. Non dicono “non è dei nostri”, ma lo suggeriscono. Non attaccano il colore della pelle, ma la “mentalità”, il “modo di stare al mondo”. È razzismo con dizionario raffinato.

Poi c’è l’altro coro, quello apparentemente innocuo. I nostalgici del “non è Messi”, come se il talento dovesse chiedere il permesso alla storia. I moralisti dell’“umiltà”, che pretendono sobrietà solo da chi emerge troppo presto e troppo fuori dagli schemi. Gli allenatori da divano del “non corre”, i veggenti del “finirà male”. Tutti insieme producono un rumore costante, una pressione continua, che non mira a migliorare il giocatore, ma a ridimensionarlo.

Perché Lamine Yamal non viene giudicato per quello che fa in campo. Viene giudicato per quello che incarna: un talento precoce, sicuro di sé, non addomesticato, figlio di una Spagna che cambia più velocemente di quanto molti siano disposti ad accettare. È questo che disturba. Non il dribbling. Non l’esultanza. Ma la libertà.

Il branco ringhia, scrive Cabeleira. E ringhia anche quando il pallone è fermo. Lamine, per ora, risponde nel solo modo possibile: andando avanti. A testa alta. Senza chiedere scusa per esistere, né per brillare.

Ed è forse questo, oggi, il gesto più politico che un calciatore possa fare.

(Foto: fcbarcelona.com)