C’è una sottile, inquietante somiglianza tra l’attuale panorama calcistico e le liturgie della politica nostrana. È questa la riflessione lanciata da Il Napolista, che analizza come il “pallone” stia perdendo quella purezza che ancora resiste in altre discipline.
Il fango del rettangolo verde
Mentre nel tennis di Sinner, nello sci della Goggia o nell’atletica di Jacobs vince chi è semplicemente più forte, senza appello e senza ombre, il calcio sembra essersi trasformato in una perenne campagna elettorale. Come sottolineato nell’analisi de Il Napolista, ci troviamo di fronte a un sistema malato di “retropensiero”: tra bilanci creativi, simulazioni esasperate e l’uso politico delle regole, il tifoso non è più sereno.
Allo stadio non si va per godersi il gesto atletico, ma con l’ansia di capire quale “manina” o quale svista del VAR condizionerà il risultato. È la vittoria del consenso e del marketing sull’etica sportiva.
La lezione degli “altri” sport
Il paragone con i recenti referendum politici è calzante: dove la politica (e il calcio) provano a confondere i cittadini con narrazioni di comodo, gli altri sport restano “bianco o nero”. La trasparenza di una bracciata in piscina o di una schiacciata sotto rete restituisce allo spettatore quella gioia che il calcio sta svendendo in favore di diritti TV e plusvalenze.
In definitiva, se il calcio vuole sopravvivere, dovrebbe smettere di guardare ai sondaggi e tornare a guardare al cronometro.





