Nessun rimpianto, tanta voglia di rivalsa e una lucidità disarmante nel leggere il proprio momento. Jonathan David si confessa sulle pagine de La Repubblica, tracciando un bilancio dei suoi primi mesi alla Juventus. Nonostante un avvio non scintillante, il canadese difende la decisione presa in estate: “Lo rifarei. Il tempo metterà a posto le cose”.
L’adattamento alla Serie A e la promessa ai tifosi
David non cerca scuse, ma chiede pazienza facendo un paragone con il suo passato in Francia. Le difese italiane sono un muro, ma lui conosce la ricetta per abbatterlo.
“Torino è simile a Lille, ma comunque esco poco. Il calcio italiano è diverso da quello francese, ci sono pochi spazi perché le squadre difendono tutte in undici e mi sto ambientando. Anche in Francia faticai all’inizio, ma a fine stagione i gol diventarono 13 e dall’anno dopo sempre 20”.
Sulle critiche ricevute:
“So che non ho rispettato le aspettative, sto cercando di accelerare i tempi e capisco i tifosi, abituati a grandi campioni”.
Il rapporto con Spalletti e l’ombra di En-Nesyri
L’attaccante ha parlato anche del lavoro quotidiano con mister Luciano Spalletti: “Personalmente non mi ha detto che mi vorrebbe più feroce, ma mi spiega sempre dove sbaglio”.
E sul mercato, con il nome di En-Nesyri sempre più vicino ai bianconeri, David mostra grande maturità e disponibilità tattica:
“Non sono venuto qui per essere intoccabile. Non avrei problemi a giocare dietro la punta ma la cosa più importante è conoscersi, arrivare al punto in cui sai dove ti arriverà il pallone senza bisogno di pensare. Era la stessa cosa che capitava a Lille con Zhegrova, che fin qui ha avuto tanti problemi fisici”.
Dalla strada alla tragedia: l’uomo oltre il calciatore
C’è spazio anche per il racconto intimo della sua vita: dalla nascita a Brooklyn all’infanzia ad Haiti, fino all’arrivo in Europa a soli 17 anni.
“Negli Usa ci vivevano i miei zii. Passavo le ore a giocare a pallone per strada, anche ad Haiti dove giocano tutti e oggi sostengo una fondazione che aiuta i bambini. Poi a 6 anni siamo andati via alla ricerca di un posto migliore. In Canada c’è poco calcio, mi hanno fatto provare qualsiasi sport”.
Un percorso segnato anche dal dolore, che però gli ha donato una prospettiva diversa sulla vita:
“A 20 anni sono rimasto orfano ma più cresco e più mi rendo conto di quante vite più difficili della mia ci siano. Se mi lamento io gli altri cosa dovrebbero fare?”.





