Nel calcio italiano si discute spesso di percezioni, simpatie e mode. Molto meno, invece, si ha il coraggio di fermarsi sui numeri. Eppure, se si osserva con attenzione il percorso di Raffaele Palladino, emerge un dato incontestabile: ovunque vada, gli equilibri cambiano.
Non è una suggestione, non è una narrazione costruita a posteriori. È una traiettoria chiara, coerente, misurabile.
Monza: dalla disperazione alla stabilità
Nel 2022 Palladino diventa allenatore del Monza ultimo in classifica, in una stagione che sembrava già segnata. Non ha ancora la licenza UEFA Pro, massimo livello di formazione per un tecnico, e arriva in una situazione di totale emergenza.
Il risultato? Undicesimo posto in Serie A al termine del campionato. Non un exploit isolato. L’anno successivo, nel 2023, il Monza si conferma su livelli simili, chiudendo dodicesimo. Una squadra organizzata, riconoscibile, competitiva.
Poi Palladino va via. E senza di lui, nell’ultima stagione, il Monza retrocede in Serie B. Una coincidenza? Forse. Ma è una coincidenza che pesa.
Fiorentina: migliorare ciò che già funziona
Nel 2024 Palladino prende in mano una Fiorentina reduce dall’ottavo posto. Non una squadra disastrata, ma nemmeno una realtà pronta al salto di qualità.
Al primo – e unico – anno sulla panchina viola, il tecnico porta la squadra al sesto posto in Serie A, centrando un miglioramento netto in classifica e continuità di rendimento.
Quest’anno, senza di lui, la Fiorentina è ultima in classifica, immersa in una crisi tecnica e mentale evidente. Anche qui, i numeri parlano più forte delle opinioni.
Atalanta: impatto immediato
Un mese fa Palladino viene chiamato dall’Atalanta per sostituire Ivan Juric. I nerazzurri sono dodicesimi, a cinque punti dalla zona europea.
Dopo appena cinque giornate, la classifica racconta altro: nono posto, tre punti di distanza dall’Europa, sei vittorie nelle ultime sette gare, due vittorie su due in Champions League e quinto posto nel girone.
È vero: l’ultima vittoria è arrivata grazie a un episodio. Ed è altrettanto vero che contro un Genoa eroico, rimasto in dieci uomini dal terzo minuto, l’Atalanta non meritava pienamente il successo. Ma ridurre tutto a questo significa non voler vedere il quadro generale.
Il punto è uno solo
Palladino non è infallibile. Non è ancora un allenatore “arrivato”. Ma è un tecnico che migliora le squadre, le rende competitive, ne alza il rendimento medio e incide sul breve periodo, cosa rarissima nel calcio moderno.
Non ci stiamo inventando nulla. Lo dicono i numeri. Lo dice la classifica. Lo dice una storia breve, ma incredibilmente intensa.
Nel calcio che spesso premia il nome prima del contenuto, Raffaele Palladino continua a rispondere con i fatti. E forse, a questo punto, non è più una sorpresa. È una conferma.





