Napoli, la restaurazione continua: da Conte ad Allegri nel segno del “vecchio che avanza”

Alla fine, l’indiscrezione della mattina ha trovato la sua conferma: Max Allegri sarà il nuovo allenatore del Napoli. Una scelta che spiazza, che fa discutere e che, inevitabilmente, apre una profonda riflessione sulla direzione che il club di De Laurentiis ha deciso di intraprendere.

La domanda sorge spontanea ed è quasi filosofica: serve più un gestore o un costruttore? Il Napoli ha scelto la prima opzione. Ha scelto un tecnico abituato a gestire campioni già fatti, a navigare nelle tempeste societarie con il pragmatismo di chi bada solo al sodo, sacrificando sull’altare del “corto muso” qualsiasi velleità di spettacolo. Ma la vera anomalia non è lo stile di gioco, è il merito.

Da un lato c’era la pista che portava a profili come Vincenzo Italiano, un allenatore di campo nel senso più puro del termine. Un tecnico reduce da stagioni in costante crescendo, capace di dare un’identità precisa alle sue squadre e di valorizzare le risorse a disposizione attraverso il lavoro quotidiano sul rettangolo verde.

Dall’altro lato c’è Max Allegri, reduce da cinque anni decisamente opachi, costellati di critiche, passi indietro sul piano del gioco e risultati non all’altezza del suo stesso passato. Eppure, a spuntarla è stato il secondo.

È lo specchio fedele di una certa mentalità nostrana: una dinamica in cui il “blasone” del nome conta più dei risultati recenti, dove i traguardi passati fungono da scudo eterno contro i fallimenti del presente.

Si preferisce l’usato garantito, o presunto tale, al rischio calcolato del nuovo. È una sorta di “vecchio che avanza” che toglie l’ossigeno alle idee fresche, chiudendo le porte a chi il posto al tavolo dei grandi se lo starebbe guadagnando sul campo, anno dopo anno, prestazione dopo prestazione. Il Napoli, che negli anni d’oro aveva costruito i suoi successi proprio sulle idee di campo e sulla fame di tecnici in rampa di lancio, sembra aver invertito la rotta, dopo Conte ecco Allegri. Da un gestore a un altro gestore, da un grande nome a un altro grande nome. Una staffetta tra pesi massimi del curriculum.

Sia chiaro, il calcio non è una scienza esatta e solo il campo emetterà il verdetto definitivo. Magari il pragmatismo cinico di Allegri sarà esattamente la medicina di cui questo gruppo ha bisogno. Ma l’amarezza di fondo resta: la sensazione che la meritocrazia sia stata ancora una volta superata a destra dal peso politico del curriculum.

Ai posteri l’ardua sentenza, certo. Ma il dubbio che si sia persa un’occasione per guardare davvero al futuro rimane forte. E non poco.