La corsa alla presidenza della FIGC entra in una fase sempre più politica, dove gli equilibri non si decidono soltanto nei voti delle componenti calcistiche, ma anche nelle strategie che orbitano attorno ai palazzi del potere. Il quadro attuale racconta di una sfida ancora apertissima, con il rischio concreto di uno stallo che potrebbe riscrivere completamente lo scenario.
Al centro della contesa c’è la candidatura di Giovanni Malagò, sostenuta da una larga fetta della Serie A e considerata espressione di continuità rispetto alla linea tracciata negli ultimi anni, anche sotto la regia di Giuseppe Marotta e Gabriele Gravina. Una candidatura forte nei numeri, ma che non convince tutti, soprattutto fuori dall’élite del massimo campionato.
Sul fronte opposto resta viva l’opzione Giancarlo Abete, figura esperta e già protagonista in passato, che può contare su una rete consolidata nei dilettanti e nelle componenti federali. Tuttavia, la sua candidatura rischia di non essere sufficiente per spostare davvero gli equilibri.
Ed è proprio in questo spazio di incertezza che prende forma una terza via: quella che porta a Demetrio Albertini. Il suo nome circola come possibile elemento di rottura, capace di intercettare consensi trasversali senza apparire come una figura imposta dall’alto. Ex vicepresidente federale e profilo rispettato anche dall’Assocalciatori, rappresenterebbe una sintesi tra esperienza e rinnovamento.
Il vero nodo, però, resta il quorum: per evitare scenari alternativi, uno dei candidati dovrà superare il 50% più uno dei voti. In caso contrario, si aprirebbe una fase di impasse che potrebbe portare al commissariamento, ipotesi sostenuta apertamente da Claudio Lotito e guardata con interesse anche in ambienti politici.
In questo contesto, il ruolo del governo diventa tutt’altro che marginale. Senza interventi diretti, ma con un’influenza evidente, l’obiettivo sembra essere quello di evitare una soluzione percepita come “conservativa”, favorendo invece un cambio di passo. Non è un caso che il nome di Albertini venga considerato funzionale proprio a questo scenario: non tanto per vincere subito, quanto per impedire che qualcuno vinca subito.
La sensazione è che la partita si giochi su più tavoli: quello dei numeri, quello delle alleanze e quello, meno visibile ma decisivo, delle strategie. E in una corsa dove nessuno sembra avere davvero la maggioranza in tasca, anche una candidatura “di equilibrio” può trasformarsi nell’ago della bilancia.
La Figc si avvicina così a un passaggio cruciale: non solo per scegliere un presidente, ma per decidere quale direzione dare al calcio italiano nei prossimi anni.





